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15 Settembre 2021 News

Libertà di informazione?

Da quando i talebani sono saliti al potere, il gruppo islamista ha rilasciato ripetute dichiarazioni sul suo impegno per una informazione libera in Afghanistan. In una conferenza stampa tenuta solo due giorni dopo la fuga dell’ex presidente Ashraf Ghani dal Paese, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha dichiarato: “I media dovrebbero essere imparziali. L’imparzialità dei media è molto importante. Possono criticare il nostro lavoro, in modo che possiamo migliorare”.

Tuttavia si stima che da metà agosto, cioè da quando i talebani hanno preso il controllo del paese, almeno 153 organizzazioni e società che si occupavano di media e informazione abbiano cessato le proprie attività.

Il gruppo islamista è stato molto criticato per il trattamento riservato ai giornalisti ed ai media in generale ed è stato accusato di aver confiscato le attrezzature degli operatori , imprigionato e persino di aver fatto violenza e torturato  giornalisti, principalmente nella capitale, Kabul.

Questi ripetuti attacchi a operatori, giornalisti e reporter hanno attirato l’attenzione delle organizzazioni internazionali; l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha rilasciato una dichiarazione, invitando i talebani “a cessare immediatamente l’uso della forza e la detenzione arbitraria di coloro che esercitano il loro diritto di riunione pacifica e dei giornalisti che seguono le proteste”.

Anche Human Rights Watch ha denunciato e condannato gli attacchi ai giornalisti dichiarando “Comandanti e combattenti talebani sono stati a lungo coinvolti in una serie di minacce, intimidazioni e violenze contro i membri dei media e sono stati responsabili di uccisioni mirate di giornalisti”.

Per le giornaliste donne la situazione è, se mai fosse possibile, ancora più complicata e pericolosa.

Durante il regime dei talebani dal 1996 al 2001, le donne erano state bandite dalla vita pubblica, i media rigorosamente controllati e la televisione e altre forme di intrattenimento vietate.

Ad oggi, per esempio, Tolo News è una delle poche emittenti ancora attive a Kabul che ha continuato a trasmettere e ad inserire nei propri palinsesti molte giornaliste. Il suo destino, sotto il regime dei talebani, è visto come una cartina di tornasole per capire se il gruppo islamista garantirà le libertà di comunicazione ed informazione fondamentali.

Il problema è che, avendo bisogno di un riconoscimento internazionale per accedere agli aiuti, i talebani hanno interesse a presentare un volto il più liberale possibile alle potenze occidentali; sono molti tuttavia gli osservatori internazionali che affermano che i primi giorni del nuovo regime hanno sollevato false speranze per il futuro dei media liberi.

Avinash Paliwal, del Soas  Institute dell’Università di Londra, ha affermato che “La massima leadership talebana vede Tolo News come un potenziale strumento da sfruttare per curare la propria immagine a proprio piacimento nei mesi a venire. Data la potente voce internazionale di Tolo, i talebani gli stanno concedendo privilegi per aiutare ad ammorbidire la loro immagine. Quei privilegi però potrebbero cambiare”.

Ma se da una parte abbiamo il regime talebano che dichiara di voler garantire la libertà di espressione del canale televisivo, dall’altra non mancano dichiarazioni shock proprio da parte di giornalisti di Tolo News come Saeed Shinwari, uno dei più noti volti del canale, che non lascia la sede della rete televisiva da più di un mese per paura, assolutamente fondata, di essere ucciso; oppure Shabnam Dawran, presentatrice di Tolo, a cui è stato detto, in quanto donna, all’ingresso degli studi televisivi “Lei non ha il permesso di rimanere qui, vada a casa”.

Con il beneplacito della libertà d’informazione.

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